L’incendio

La storia che qui appresso pubblichiamo è stata scritta tanti anni fa – nel 1886 – non da un Vigile del Fuoco ma da un grandissimo scrittore: Edmondo De Amicis.

Eppure la descrizione dell’incendio e delle manovre compiute dai pompieri sono così realistiche che sembrano scaturite dalla penna di un tecnico della materia e non da quella di un uomo di lettere.

Un giovane Vigile del Fuoco di oggi certo sorriderebbe con aria di sufficienza nel veder descritta con tanta drammaticità un’operazione che adesso, con i grandi mezzi tecnologici a disposizione, non risulterebbe nemmeno troppo impegnativa.

Ma qui siamo nel 1880 e l’intervento è condotto dai Civici Pompieri di Torino con gli scarsi mezzi che allora avevano a disposizione. Anzi, fortunati loro che potevano disporre di una “scala porta”, un mezzo che tanti altri loro colleghi di città molto più povere di Torino non potevano nemmeno sognarselo!

Ma, a parte la bella descrizione dell’incendio e delle manovre pompieristiche, la ragione che ci ha spinto a pubblicare questo bel racconto è racchiusa nella frase che lo conclude, una frase che in poche semplici parole racchiude amore, ammirazione e riconoscimento più di cento elogi formali.

Il racconto è stato tratto dal libro “Cuore”, un libro articolato come un diario scritto da un alunno di terza elementare per cui le sue pagine non sono altro che una serie di storie e di fatti raccontati in prima persona da un ragazzo.

 

Questa mattina io avevo finito di copiare la mia parte del racconto Dagli Appennini alle Ande, e stavo cercando un tema per la composizione libera che ci diede da fare il maestro, quando udii un vocìo insolito per le scale, e poco dopo entrarono in casa due pompieri, i quali domandarono a mio padre il permesso di visitar le stufe e i camini, perché bruciava un fumaiolo sui tetti, e non si capiva di chi fosse.

Mio padre disse: “Facciano pure”, e benché non avessimo fuoco acceso da nessuna parte, essi cominciarono a girar per le stanze e a metter l’orecchio alle pareti, per sentire se rumoreggiasse il foco dentro alle gole che vanno su agli altri piani della casa.

E mio padre mi disse, mentre giravan per le stanze:

– Enrico, ecco un tema per la tua composizione: i pompieri. Provati un po’ a scrivere quello che ti racconto.

Io li vidi all’opera due anni fa, una sera che uscivo dal teatro Balbo, a notte avanzata. Entrando in via Roma, vidi una luce insolita, e un’onda di gente che accorreva: una casa era in fuoco: lingue di fiamma e nuvoli di fumo rompevan dalle finestre e dal tetto; uomini e donne apparivano ai davanzali e sparivano, gettando grida disperate, c’era gran tumulto davanti al portone; la folla gridava: “Brucian vivi! Soccorso! I pompieri!

Arrivò in quel punto una carrozza, ne saltaron fuori quattro pompieri, i primi che s’eran trovati al Municipio, e si slanciarono dentro alla casa. Erano appena entrati, che si vide una cosa orrenda: una donna s’affacciò urlando a una finestra del terzo piano, s’afferrò alla ringhiera, la scavalcò, e rimase afferrata così, quasi sospesa nel vuoto, con la schiena in fuori, curva sotto il fumo e le fiamme che fuggendo dalla stanza le lambivan quasi la testa.

La folla gettò un grido di raccapriccio. I pompieri, arrestati per isbaglio al secondo piano dagli inquilini atterriti, avevan già sfondato un muro e s’eran precipitati in una camera; quando cento grida li avvertirono: “Al terzo piano! Al terzo piano!”. Volarono al terzo piano. Qui era un rovinio d’inferno, travi di tetto che crollavano, corridoi pieni di fiamme, un fumo che soffocava. Per arrivare alle stanze dov’eran gl’inquilini rinchiusi, non restava altra via che passar pel tetto.

Si lanciaron subito su, e un minuto dopo si vide come un fantasma nero saltar sui coppi, tra il fumo. Era il caporale, arrivato il primo. Ma per andare dalla parte del tetto che corrispondeva al quartierino chiuso dal fuoco, gli bisognava passare sopra un ristrettissimo spazio compreso tra un abbaino e la grondaia; tutto il resto fiammeggiava, e quel piccolo tratto era coperto di neve e di ghiaccio, e non c’era dove aggrapparsi.

È impossibile che passi!” gridava la folla di sotto. Il caporale s’avanzò sull’orlo del tetto: – tutti rabbrividirono, e stettero a guardar col respiro sospeso: – passò: – un immenso evviva salì al cielo.

Il caporale riprese la corsa, e arrivato al punto minacciato, cominciò a spezzare furiosamente a colpi d’accetta coppi, travi, correntini, per aprirsi una buca da scender dentro. Intanto la donna era sempre sospesa fuor della finestra, il fuoco le infuriava sul capo, un minuto ancora, e sarebbe precipitata nella via. La buca fu aperta: si vide il caporale levarsi la tracolla e calarsi giù; gli altri pompieri, sopraggiunti, lo seguirono.

             La scala porta

Nello stesso momento un’altissima scala porta, arrivata allora, s’appoggiò al cornicione della casa, davanti alle finestre da cui uscivano fiamme e urli da pazzi.

Ma si credeva che fosse tardi. “Nessuno si salva più, – gridavano. – I pompieri bruciano. – È finita. – Son morti”.

All’improvviso si vide apparire alla finestra della ringhiera la figura nera del caporale, illuminata di sopra in giù dalle fiamme, – la donna gli si avvinghiò al collo; – egli l’afferrò alla vita con tutt’e due le braccia, la tirò su, la depose dentro alla stanza. La folla mise un grido di mille voci, che coprì il fracasso dell’incendio.

Ma e gli altri? e discendere? La scala, appoggiata al tetto davanti a un’altra finestra, distava dal davanzale un buon tratto. Come avrebbero potuto attaccarvisi?

Mentre questo si diceva, uno dei pompieri si fece fuori della finestra, mise il piede destro sul davanzale e il sinistro sulla scala, e così ritto per aria, abbracciati ad uno ad uno gli inquilini, che gli altri gli porgevan di dentro, li porse a un compagno, ch’era salito su dalla via, e che, attaccatili bene ai pioli, li fece scendere, l’un dopo l’altro, aiutati da altri pompieri di sotto. Passò prima la donna della ringhiera, poi una bimba, un’altra donna, un vecchio. Tutti eran salvi.

Dopo il vecchio, scesero i pompieri rimasti dentro; ultimo a scendere fu il caporale, che era stato il primo ad accorrere.

La folla li accolse tutti con uno scoppio d’applausi; ma quando comparve l’ultimo, l’avanguardia dei salvatori, quello che aveva affrontato innanzi agli altri l’abisso, quello che sarebbe morto, se uno avesse dovuto morire, la folla lo salutò come un trionfatore, gridando e stendendo le braccia con uno slancio affettuoso d’ammirazione e di gratitudine, e in pochi momenti il suo nome oscuro – Giuseppe Robbino – suonò su mille bocche…

     Il Caporale Robbino

Hai capito? Quello è coraggio, il coraggio del cuore, che non ragiona, che non vacilla, che va diritto cieco fulmineo dove sente il grido di chi muore. Io ti condurrò un giorno agli esercizi dei pompieri, e ti farò vedere il caporale Robbino; perché saresti molto contento di conoscerlo, non è vero?

Risposi di sì. “Eccolo qua”, disse mio padre. Io mi voltai di scatto. I due pompieri, terminata la visita, attraversavan la stanza per uscire.

Mio padre m’accennò il più piccolo, che aveva i galloni, e mi disse: “Stringi la mano al caporale Robbino”. Il caporale si fermò e mi porse la mano, sorridendo: io gliela strinsi; egli mi fece un saluto ed uscì.

E ricordatene bene, – disse mio padre, – perché delle migliaia di mani che stringerai nella vita, non ce ne saranno forse dieci che valgono la sua”.

 

EDMONDO DE AMICIS  

(dal libro “Cuore” – casa editrice Treves – Milano – 1886)

L’episodio è realmente accaduto nell’anno 1880 e il Caporale Giuseppe Robbino,  che condusse l’intervento, il 29 maggio 1880 venne decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Civile (N.d.R.)