Lucio Napoli

Curriculum – Lucio Napoli

“La prima volta non si scorda mai”

 

Lucio Napoli

  • Ispettore Antincendi Esperto
  • Responsabile Regionale Nucleo NBCR
  • Email – lucion@libero.it
  • Perito Chimico Industriale – I.T.I.S. di Perugia nel 1975
  • Laurea in Pedagogia – Università di Perugia nel 1995
  • Dottore di Ricerca in Istituzioni Giuridiche ed Economico Sociali – Università di Campobasso 2007
  • Istruttore professionale VVF dal 1996.
  • Patente per la guida di mezzi terrestri di IV° dal 1982 e di patente nautica entrobordo e fuoribordo e mezzi anfibi conseguita nell’anno 1984.
  • Titolato NBCR livello 3 direttivo
  • Nato a Perugia il 22 marzo 1956, assunto nel Corpo Nazionale il 01 luglio 1976 preso servizio effettivo al Comando di Perugia il 12 maggio 1977 dopo essere stato congedato dal servizio di leva nell’esercito, collocato a riposo il 01 aprile 2016.

Nell’amministrazione ho frequentato tutti i corsi formativi disponibili, ho fatto parte di diverse commissioni ministeriali in particolare nella formazione dei corsi per Vigile del Fuoco, Capo Squadra e Capo Reparto, membro della commissione per la “Comunicazione in emergenza”. Con decreto del Capo del Corpo Ing. Gambardella sono stato nominato “Esperto in Formazione Professionale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco”

Prima dell’ingresso nel Corpo ho svolto attività manuali solo saltuariamente imparando il mestiere del tappezziere di casa e pochi mesi come operaio in una fabbrica dolciaria, di fatto fino a 19 anni ho studiato conseguendo il diploma di Perito Chimico.

Dopo aver preso servizio nel maggio del 1977 ho frequentato il corso da Vigile permanente presso le Scuole centrali di Capannelle Roma, ho svolto il ruolo di vigile di squadra fino al 1995 quando sono passato Capo Squadra con data retroattiva al 1989, nominato caporeparto nell’anno 1998 con sede a Padova ma mai trasferito in quanto rimasto assegnato a Perugia per esigenze del terremoto del 1997. Infine nominato Ispettore Antincendi nel mese di aprile del 2006 a seguito del D.Lvo n. 217/2005, svolgendo gli incarichi previsti per i Funzionari Tecnici, referente per la sede VVF di Norcia fino al collocamento in quiescenza.

Durante i miei anni di servizio svolti presso il Comando di Perugia, oltre al lavoro ordinario di servizio, ho svolto attività di soccorso in quasi tutte le emergenze nazionali e internazionali che sono avvenute a partire dalla fine degli anni settanta fino al terremoto in Emilia Romagna del 2012. Ho partecipato alle attività di soccorso nei terremoti in Umbria del 1979, in Irpinia nel 1980, a Gubbio e Valfabbrica nel 1984, Umbria e Marche nel 1997, L’Aquila e Marsciano nel 2009 e infine al terremoto dell’Emilia Romagna del 2012. Oltre i terremoti sono stato impegnato nelle alluvioni che hanno colpito la regione Umbria nel corso dei miei 40 anni di servizio e anche nell’alluvione del Po che coinvolse alcune provincie dell’Emilia Romagna del 2000. Non solo terremoti e alluvioni mi hanno impegnato nella mia vita di “pompiere”, ma anche grandi incendi come quello dell’Argentario nell’agosto del 1981 quello di Livorno nel 1990, ai terremoti, agli incendi e alle alluvioni si affianca poi l’esperienza acquisita in campo internazionale con la partecipazione alla Missione “Arcobaleno” in Albania per aiutare i profughi del Kossovo.

Di questi quarant’anni di vita ci sarebbe tanto da raccontare, ma tutto quello che è successo doveva succedere per crescere e maturare giorno dopo giorno, nulla è stato inutile, tutto è accaduto perché doveva essere e se non ci fosse stato oggi non sarei quello che sono, cioè soddisfatto di me stesso e della mia vita professionale, felice delle esperienze vissute ed acquisite, la mia non è retorica, ma semplice costatazione dei fatti, con il senno del poi sicuramente qualcosa cambierei, ma solo se la sostanza non cambiasse.

La mia scelta di vita come Vigile del Fuoco è stato il perfetto esempio della fiaba dei “Tre prìncipi di Serendippo” : la fortuna di fare felici scoperte per puro caso e di trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra.

Con queste parole voglio significare che tutto quello che ha caratterizzato la mia vita di Vigile del Fuoco è stato accettato e acquisito, le esperienze di vita e di lavoro mi hanno strutturato per quello che sono e che sono stato nel corso degli anni, i rapporti lavorativi non sempre sono stati felici e perfetti, ma con convinzione credo che siano stati sempre da me impostati nel rispetto del dovere e degli altri. Il mio modo di agire e di pensare nel corso dei miei anni di lavoro sono stati il risultato  di come sono stato cresciuto nella famiglia dei pompieri degli anni 70 e 80, gli anni della mia gioventù, anni impegnativi, dove per crescere ho sempre dovuto imparare “rubando con gli occhi”; perché l’invidia e la paura di essere superati dall’ultimo arrivato, soprattutto se questi non aveva alle spalle un bagaglio lavorativo professionale di manualità ma una conoscenza teorica e scolastica, era più forte dell’amicizia e del rapportarsi con l’altro per aiutarsi e crescere a vicenda, l’individualismo già imperversava, ed io ragazzino di “primo pelo” ancora non svezzato dalla vita mi sono ritrovato in mondo di lupi pronti a sbranare il più debole del branco.

Subito dopo il diploma mi sono iscritto all’università per proseguire i miei studi in chimica, contestualmente ero sempre alla ricerca di indipendenza economica dalla famiglia, quindi alla continua ricerca di un lavoro che mi permettesse di mantenermi da solo, infatti subito dopo ho vinto il concorso da Vigile del Fuoco per puro caso, ma questa è un’altra storia. Mentre aspettavo di essere chiamato a lavorare come Vigile del Fuoco frequentavo le lezioni e studiavo per gli esami che avrei sostenuto nei mesi seguenti, vedevo il mio futuro pieno di aspettative e non pensavo, anche perché mal suggerito, che invece le cose non sarebbero andate come speravo.

Invece di iniziare a lavorare nei mesi seguenti sono stato chiamato dalle Forze Armate allo svolgimento del servizio di leva come assaltatore nel 84° Battaglione Fanteria Venezia, questo ha stravolto la mia esistenza bloccando i miei studi e rimandando l’assunzione nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco di un anno, a dopo il congedo militare. Nonostante il servizio di leva e il primo approccio con il mondo degli “adulti” non sapevo ancora cosa mi aspettava, quello che avrei fatto poi non aveva nulla a che fare con quello che avevo vissuto fino a quel momento, quello che avevo imparato non sarebbe servito nel nuovo mondo e da lì a poco lo avrei scoperto direttamente sulla mia pelle.

 

LA PRIMA VOLTA NON SI SCORDA MAI

Proprio perché ero l’ultimo arrivato nella famiglia dei pompieri del ‘76 mi piace ricordare la mia prima esperienza di “pompiere”, il mio primo giorno di lavoro, l’impatto con un mondo che ha poi condizionato il mio essere e la mia vita nel bene e nel male.

Il 12 maggio 1977 fu il mio primo giorno di lavoro come vigile permanente e alle 7,30 mi sono presentato al corpo di guardia della sede di Corso Cavour dove il vigile ausiliario, vedendomi così giovane mi ha scambiato per uno come lui, cioè un militare di leva, infatti fino al 2005 era possibile svolgere il servizio di leva sostitutivo alle Forze Armate con il servizio ausiliario nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, io invece ero un effettivo e il mio nome era nel foglio di servizio assegnato alla seconda partenza; ho apposto la mia firma sullo spazio a me riservato e quel gesto fu il primo di una lunga serie. Superato il primo impasse sono salito in camerata, ho chiesto di un posto dove cambiarmi e sono entrato nella seconda stanza dopo le scale, da allora fino al giorno del trasferimento nella nuova sede nel 1979 è rimasta la mia camera assieme ad altri che l’avevano scelta come me. Indossato la divisa mi sono recato al bar dove si trovavano tutti mi sono presentato al capo turno il quale mi disse “appena fatta colazione insieme agli altri vigili fai le pulizie delle camerate e dei bagni dopo di che scendi nel piazzale e fai il controllo con la tua squadra, quello è il tuo capo squadra ti spiegherà tutto dopo”.

Dalle 8,30 alle 9,30 si fecero le pulizie ed iniziai a conoscere i miei colleghi con i quali avrei condiviso i prossimi anni di lavoro, mi accorsi da subito che a parte i ragazzi che facevano il servizio di leva io ero il più giovane, sembravo un pulcino bagnato al cospetto degli altri, ai miei occhi erano uomini maturi tutti con un minimo di tre o quattro anni più di me, ma soprattutto erano quasi tutti sposati o in procinto di diventarlo, questo fu un dettaglio non di poco conto sul giudizio che poi si fecero su di me, infatti per diverso tempo fui considerato più una mascotte che un vigile del fuoco.

Terminate le pulizie scesi assieme agli altri nel cortile e i mezzi furono posizionati fuori dai garage e tutti gli sportelli furono aperti, iniziai così a fare conoscenza con gli arnesi del mestiere, sentivo parole come manichetta da 45 o da 70, lancia da 45 e lancia da 70, coperta e guanti di amianto, tirfort, deviatore, ripartitore, leva ad unghia e chissà che altro, io ascoltavo e chiedevo a cosa servivano queste cose, come si usavano e se poi qualcuno mi avrebbe insegnato ad usarle. La risposta fu “adesso impara a riconoscere le cose e come si chiamano, poi si vedrà spetta al capo squadra fare addestramento” e il capo squadra non c’era, non si vedeva, era in un angolo del cortile e parlava con altri capi non so di che cosa.

Il tempo passava e dopo il controllo mezzi e attrezzature si è iniziato a lavare i mezzi di competenza della seconda partenza, quel giorno ho scoperto il significato della numerazione delle squadre, la prima partenza era quella che usciva per richiesta intervento per prima, la seconda e la terza erano a seguire una dietro l’altra a far fronte delle richieste di soccorso, ma io non sapevo assolutamente nulla del soccorso, tanto meno come si effettuava il soccorso. Mi parlavano di incendi di bosco, di pagliai, di abitazioni, di capannoni, di allagamenti, di apertura porte e qualche episodio curioso come recupero felini arrampicati sulle piante. Ascoltare e non capire mi fecero sentire piccolo, piccolo, mi sentivo fuori posto, sentivo salire dentro una preoccupazione per non essere all’altezza, ma poi mi chiesero cosa avevo fatto fino ad allora e nel raccontare la mia esperienza di vita militare, di esercitazioni, uso di fucili, mitra, pistole e bombe a mano ho ritrovato sicurezza di me, io sapevo cose che loro non sapevano.

Il tempo scorreva e verso le 11,30 usci la prima partenza per un intervento che non ricordo, circa venti minuti dopo sentii suonare la campanella di allarme e dall’altoparlante una voce disse “la seconda per apertura porta a Montegrillo”, vidi correre i miei compagni di squadra correre a prendere l’elmo e il cinturone e salire sul camion rosso fiammante APS 150 (autopompa serbatoio), il caposquadra raccolse un biglietto lanciato dalla finestra del centralino dove si ricevevano le chiamate di soccorso e aspettare il mezzo davanti al cancello di uscita, io feci la stessa cosa che avevano fatto gli altri, presi il mio elmo e il cinturone e salii sul camion, era il mio battesimo del fuoco.

Il tragitto per arrivare sul luogo dell’intervento fu sereno e il capo disse a me ed a un altro che arrivati sul posto dovevamo prendere la scala a ganci e portarla al 12° piano, così mentre il capo prendeva informazioni e verificava la veridicità dell’intervento, il mio collega è salito sulla scaletta posteriore del camion e aperto uno sportello fece uscire una scala di legno piegata in due e lunga circa due metri e mezzo, relativamente leggera e con due ganci in ferro posti alla sommità della stessa. Afferrata al gradino posto all’altezza della piegatura feci scendere la scala e poi il mio collega la prese dalla parte dei ganci e iniziammo la salita dei piani, fu così che scoprii che ci volevano più manovre per far girare questa scaletta lungo le scale dei palazzi e comunque non sarebbe mai entrata in un ascensore.

Arrivati al piano di riferimento il capo chiese il permesso ad un signore di potere entrare nel suo appartamento e utilizzare il terrazzo per alloggiare la scala e scendere nel terrazzo del signore che aveva richiesto il nostro intervento per rientrare in casa. Avuto il permesso entrammo e sul terrazzo si apri la scala e fissate le due staffe di ferro poste al centro scala si rese la scala un unico pezzo agganciandola al parapetto della terrazza, la lunghezza della scala permetteva di arrivare comodamente sul terrazzo inferiore. Fu qui che il capo mi disse “vai scendi tu e vai ad aprire al proprietario, è sulla porta che aspetta, sbrigati!”. Mi sono affacciato e ho visto una cosa per me impossibile, 12 piani di vuoto, una scaletta piccola, i miei piedi non sarebbero mai entrati in quei gradini e poi non sapevo come fare per saltare dal terrazzo alla scala, mi sono bloccato e la mia risposta fu un secco rifiuto “no! Io non scendo da quella scaletta, non l’ho mai fatto!”, il capo mi guardò negli occhi e come una furia mi aggredii dicendo “ma dove cazzo sei stato fino ad oggi, non ti permettere di rifiutare un ordine chi cazzo ti credi di essere”. A questo punto ho abbassato la testa e ho detto “mi scusi ma fino a ieri ho fatto il militare nell’esercito, se mi chiede come si spara, come si lancia una bomba a mano o come si assalta una postazione di mitragliatrice, so come fare, ma questo non l’ho mai fatto e non l’ho mai visto fare.”.

Il capo mi ha guardato e con occhi pieni di rabbia ha dato l’ordine di scendere al collega più anziano e rivolgendosi all’altro collega presente ha dato l’ordine che terminato la discesa la scala doveva tornare al suo posto immediatamente. Fatto il tragitto a ritroso e riposta la scala nel vano posteriore del camion siamo saliti e aspettato il capo che terminato di prendere i dati è salito sul mezzo dando l’ordine di rientro, per tutto il tragitto non ha sferrato parola solo dopo avere passato il cancello di ingresso nella sede di servizio si è rivolto a me dicendo “adesso si pranza, dopo lavi i piatti e pulisci i pavimenti della mensa, poi alle 15 sul cortile con elmo e cinturone”, è sceso dal mezzo ed è salito velocemente in mensa, da quel momento non mi ha più rivolto parola.

Furono due ore in cui non sapevo cosa fare o pensare, ero preoccupato, non mi era piaciuto l’approccio al mio primo giorno di lavoro e fra me e me dissi che sarebbe stata una dura vita con quelle persone, poco più che parlavano, mi guardavano come un oggetto sconosciuto, nessun segno di simpatia, solo durezza e distanza. Terminati i lavori di lavaggio e riordino della sala mensa mi sono recato dal capo turno per chiedere se avevo fatto qualcosa di sbagliato e cosa dovevo fare, mi guardò e disse “non ti preoccupare ora vai a riposarti poi alle 15 sul cortile, intanto ti tolgo dalla squadra, non devi sapere altro”, ascoltai l’ordine e così feci.

Alle 15,00 in punto ero in cortile che alla spicciolata si riempi di colleghi, in meno di 5 minuti eravamo tutti sul cortile, arrivò il capo turno e disse “ora si fa scala italiana un giro tutti, poi restano quattro, restano perché il nuovo deve imparare (il nuovo ero io), gli altri continuano i lavori non finiti”. Il mio capo squadra prese il fischietto e diede il via all’addestramento, per circa una mezz’ora sono rimasto a guardare come si faceva e ogni tanto il capo squadra mi diceva “guarda bene che poi tocca a te”. In sincerità la cosa mi metteva pensiero, non paura, ma un poco di preoccupazione, in fondo sulle scale vi ero già salito molte volte quando aiutavo il tappezziere nel montare le tende dei clienti e i tendoni sulle facciate delle abitazioni, ma questa era tutta altra cosa.

Arrivò il mio turno e per prima cosa la scala italiana, composta di 4 pezzi, fu montata per intero e lasciata appoggiata alla parete del castello di manovra, così si chiama la parete attrezzata per le esercitazioni dei vigili del fuoco. Mi venne spiegato che dovevo salire fino in cima, seguendo la tecnica di salita, tutti i gradini con i piedi mentre le mani dovevano fare presa un gradino si uno no, mi sembrava facile ma ho impiegato diverse salite e discese prima di capire bene il meccanismo, il tutto senza pause, dopo di che siamo passati al montaggio della scala pezzo per pezzo, sempre secondo le indicazioni del capo squadra che fungeva da istruttore.

Dopo un’ora di addestramento sapevo montare il primo e secondo pezzo e a questo punto l’istruttore disse che per il momento poteva bastare e di passare alla scala a ganci. Mentre mi riposavo, fumando una sigaretta appoggiato al muro del castello di manovra, i colleghi tirarono fuori da dentro il castello una scala a ganci intera, cioè senza la piega che riduceva la stessa in due tronchi uniti da staffe di ferro pieghevoli. Un vigile la teneva con una mano sullo staggio cioè il fianco laterale della scala e con l’altra al terzo gradino avendo cura di tenere le braccia ben distese, si girò e appoggio il dorso ganci della scala al davanzale della finestra del castello, girò la scala e tirandola verso il basso agganciò i ganci al davanzale stesso tirandola con forza come se volesse provare la resistenza della scala e del davanzale stesso.

Fin qui non mi stupii, solo dopo quando vidi come i colleghi scalavano e in piedi a gambe divaricate sul davanzale sollevavano la scala per poi agganciarla al davanzale del piano superiore mi misi le mani nei capelli e restai di sasso. In quel momento ho seriamente pensato di rinunciare a tutto quello che stavo facendo, ma poi ripensando all’addestramento militare ricevuto mi sono detto “ma se sono uscito indenne dall’esercito tra mitra e bombe non sarà certo salire su una scala, anche se piccolina che mi fermerà!”, ho chiuso gli occhi e ho detto “sono pronto”.

Salire era facile, il difficile era saltare sul davanzale e posizionare i piedi appaiati e di traverso, questi entravano e non entravano sul davanzale e la paura di cadere mi assaliva, nel mentre un collega mi prendeva per l’anello posteriore e piegato sulle ginocchia per la prima volta ho sollevato la scala verso l’alto girando i ganci verso l’esterno, pesava ma con più prese sono riuscito a farla scorre verso l’alto fino a che l’istruttore mi disse di fermarmi e girarla per poi tirarla verso il basso e provarne la presa, così feci e da quel momento in poi tutto mi sembrò più facile. Alle 18,00 quando terminarono le attività e ci apprestava alla cena, prima della fine del turno, ero a pezzi, sudato come un pulcino appena caduto in una pozza, ma felice, montavo il terzo pezzo della scala italiana e riuscivo a salire sul davanzale del secondo piano e agganciare la scala a ganci al terzo piano, un miracolo!!!

Quel giorno non l’ho mai dimenticato ed è stato di sprono per il mio futuro, oggi posso veramente dire “beata l’incoscienza della gioventù” senza di lei non avrei avuto la vita lavorativa che poi ho fatto.

A seguire negli anni questo ricordo mi ha sempre rammentato che per raggiungere gli obiettivi occorrono due cose, la prima una giusta motivazione sia essa imposta o voluta, la seconda che per raggiungere gli obiettivi preposti bisogna sempre impegnarsi al massimo e mai accontentarsi di arrivare, bisogna impegnarsi per la vittoria se poi non arriva si accetta il risultato ottenuto. Oggi sono me stesso, consapevole di quello che sono e sempre disposto ad aiutare gli altri.